L'opera è realizzata su una lastra di metallo, supporto industriale e resistente, che introduce una tensione tra durezza materiale e fragilità del pensiero. La superficie metallica, segnata, graffitata e stratificata, diventa parte attiva della composizione: riflette la luce, trattiene l'abrasione e conserva le tracce del tempo come una pelle urbana. Il testo manoscritto nella fascia superiore appare come un flusso mentale inciso più che scritto, un accumulo di riflessioni esistenziali che dialogano con la freddezza del supporto. La lunga forma centrale, organica e cromaticamente viva, attraversa il metallo come una colata emotiva, una linea di resistenza che rompe la rigidità della materia. Nella parte inferiore, immagini e scritte consumate (“C'era un'America”) emergono come residui di memoria storica e culturale, parzialmente cancellati ma impossibili da eliminare del tutto. Il metallo amplifica il senso di permanenza e conflitto: ciò che è dipinto può essere coperto, ma non dimenticato. L'opera si configura così come una riflessione sulla contemporaneità, sulla stratificazione del vissuto e sul tentativo umano di lasciare un segno duraturo in un mondo instabile. La scrittura, frammentata e discontinua, si presenta come un flusso di pensiero inciso nel tempo più che narrato, mentre le immagini e le parole consumate nella parte inferiore emergono come resti di una memoria collettiva. L'opera si muove così tra comunicazione e silenzio, tra urgenza espressiva e impossibilità di essere davvero ascoltati, trasformando il gesto artistico in un atto di invio permanente.